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martedì 9 novembre 2010

“Orizzonti di gloria”. Breve e lungo periodo in finanza, fra realtà o illusione.

PS Consulting by Carmine C.no / CC BY-ND 3.0                                 


Concetto sfuggente. Non serve l’orologio per definirlo, ma le esigenze da soddisfare e la struttura dei prodotti su cui investire. Il tempo finanziario ha regole sue proprie. Ma attenti a non seguire quelle dei venditori.
I tempi breve, medio e lungo, in finanza, sono qualcosa di indefinito e molto relativo. Tanto che prima dei drammatici eventi del settembre 2001 si parlava di lungo termine per periodi compresi tra 5 e 10 anni. Ora le cose sono molto cambiate e tale termine individua generalmente un periodo superiore ai 20 anni.
Se tale distinzione può essere utile per classificare le esigenze, risulta invece dannosa per individuare i prodotti finanziari che dovrebbero dare una risposta a tali esigenze.
L’investitore che avesse individuato gli obiettivi principali per il proprio risparmio, si troverà ad affrontare il problema degli strumenti da utilizzare per raggiungingerli. Parliamo cioè, della cosiddetta “Asset allocation”.
Gli obiettivi potranno essere di breve, medio e lungo termine. Dove, per esempio, nel breve termine ci potrà essere l’acquisto dell’auto, nel medio la scuola per i figli e nel lungo la previdenza per entrambi i coniugi.
Si pensa generalmente che per ciascun tipo di esigenza ci sia il prodotto adatto.
Un promotore finanziario, serio e competente, potrebbe sostenere che: “per obiettivi rigidi di lungo periodo le risposte vanno trovate in prodotti rigidi e di lungo periodo”. Così: “per la pensione e per gli studi dei figli ci vuole la polizza, per costituire un capitale nel tempo un piano di accumulo azionario e così via”. A mio avviso, nulla di più sbagliato. Mi spiego meglio: se vi sono esigenze irrinunciabili è anche vero che in certi momenti della vita possono subentrare altre priorità. In questo caso uscire da strumenti come le polizze vita diventa, se non impossibile, molto oneroso. Garantirsi la pensione ma aver perso la casa, a favore della banca, perché non siamo riusciti a pagare il mutuo non credo risulti negli obiettivi di nessuno.
A mio modesto parere, oggi (ma già da qualche anno) il lungo periodo degli strumenti finanziari non esiste; è solo un’invenzione di chi tali prodotti deve venderli. Ad esclusione dei fondi pensione, per i quali è lo stato ad imporre una lunga permanenza, o di quei prodotti per i quali si attivano garanzie o bonus solo a scadenza (per esempio alcuni tipi di certificati la cui durata massima è però solitamente di 5-6 anni) tutti gli altri strumenti che vengono definiti di lungo periodo lo sono unicamente perché presentano costi d’ingresso o di uscita che possono essere ammortizzati solo in tempi lunghi. Tali strumenti (quali le polizze vita) sono doppiamente dannosi: una prima volta per la loro scarsa o nulla flessibilità, una seconda per la loro inefficienza.
A titolo di esempio consideriamo un risparmiatore che abbia bisogno di un certo capitale tra 15 anni e per costituirlo sia stato consigliato di investire i propri attuali risparmi (10.000 €uro) in una “Unit linked” a prevalenza azionaria, con costi d’ingresso del 5%. Nella tabella sottostante è confrontato il risultato di tale fondo con quello di uno uguale senza costi d’ingresso, nell’ipotesi di un rendimento medio annuo al netto dell’inflazione del 4%:


















 E’ evidente che solo dopo due anni l’attività finanziaria, con costi d’ingresso, può essere liquidata in utile e, come era facile attendersi, il divario iniziale, dovuto ai costi, tra i due fondi nel tempo si amplifica. Per giungere allo stesso risultato dopo 15 anni il fondo con costi dovrà avere, rispetto a quello senza costi d’ingresso, un rendimento mediamente superiore dello 0,36%.
Poiché le esigenze da soddisfare sono quelle del risparmiatore e non quelle di cattivi venditori di prodotti finanziari dobbiamo privilegiare, tanto per obiettivi di breve quanto per quelli di lungo termine, prodotti nel contempo efficienti e flessibili. 
Sarà solo la nostra propensione al rischio, o meglio la massima perdita sul nostro capitale che possiamo sopportare – variabile nel tempo – a guidarci nella scelta tra prodotti più o meno rischiosi.
Troppe persone, accusate poi di ignoranza finanziaria per aver liquidato posizioni in perdita, sono state riempite, con la scusa del lungo termine, di prodotti rischiosi oltre la loro sopportabilità.
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