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venerdì 22 febbraio 2013

Finanza e Risparmi: in Italia, col “ Banco ”, vince anche il... Pac(co)!

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Non c'è più pace per i già vilipesi portafogli degli italiani, ancorchè alleggeriti da venticinque anni di
irresponsabile politica fiscale. E, come se non bastasse, anche la Finanza sporca ci mette sovente
il suo zampino. Sembra proprio che la “Dea Justitia” si ostini a navigare lontana dalla nostra
tiepida penisola. Una sola legge prospera ed impera: l'impunità!




(Non a caso, la foto, suggerisce una didascalia piuttosto eloquente: la mano di un broker che porge al povero investitore un misero €. Evidentemente, il resto di ciò che poteva essere un cospicuo investimento iniziale. Magari... un derivato!)

Parlando di investimenti e mercato, mi viene in mente solo una cosa. Una cinica affermazione da formulare e condividere: «la Finanza è un mondo solo per squali famelici. Noi siamo soltanto poveri pesciolini.» Anzi, ad essere del tutto sinceri, tanto pesciolini non siamo. Non siamo poi, così tanto “innocenti”. Più che altro... sembriamo come acciughe in salamoia, stipate dentro uno stretto contenitore, incoscienti su come reagire alle avversità. D'altronde, se il più antico sistema criminoso mondiale porta il cognome di un italiano... be', questo vorrà pur dire qualcosa, vi pare?
Ovviamente mi riferisco al famigerato “schema Ponzi”, il “modello economico” (si fa per dire) di vendita truffaldino che promette forti guadagni a vittime più o meno ignare. Un patto scellerato che induce queste ultime a reclutare nuovi “investitori”, a loro volta vittime della truffa. Ma chi era costui? Quale la portata di quella... “suggestione?”
Si trattava di un immigrato italiano negli Stati Uniti; uno losco figuro che divenne famigerato per avere applicato questo “metodo”, su larga scala, nei confronti della comunità di immigrati, prima, e poi in tutta la nazione. Ponzi non fu il primo a usare questa tecnica, ma ebbe così tanto successo da legarvi il suo nome. Con la sua truffa coinvolse, infatti, oltre 40.000 persone e, partendo dalla modica cifra di due dollari, arrivò a raccogliere oltre 15 milioni di dollari di allora. Un mucchio di grana, in termini attuali. Domanda: cosa ci è rimasto di quell'amara esperienza?
Be', l'eredità dello schema di Ponzi! Un disegno che si è sviluppato nel tempo in varianti sempre più complesse, pur mantenendo la stessa base teorica e continuando a sfruttare l'avidità delle persone. L'avidità, appunto... Oggi, per fortuna, esistono normative serie al riguardo per cui, strutture con questi schemi, risultano illegali in ogni parte del mondo. Ma il lupo perde il pelo e non il vizio, infatti...
Lo schema di Ponzi è tornato alla ribalta internazionale – fra l'altro - il 12 dicembre 2008, a causa dell'arresto di Bernard Madoff, ex presidente del NASDAQ e uomo molto famoso nell'ambiente di Wall Street. L'accusa nei sui confronti è di aver creato una truffa compresa tra i 50 e i 65 miliardi di dollari (una delle maggiori della storia degli Stati Uniti) proprio sul modello dello schema citato, attirando nella sua rete - tra i tanti - molti fra i maggiori istituti finanziari mondiali. Segno, questo, che nessuno può mai farsi maestro in finanza. Nemmeno i banchieri e le grosse società finanziarie; tutte vittime anche dell'avidità, vero motore di tanti disastri finanziari.
Tuttavia, il 12 marzo 2009 Bernard Madoff si dichiarò colpevole di tutti gli 11 capi d'accusa a lui ascritti e fu condannato a 150 anni di carcere, perdendo tutto: lui e la sua famiglia! Fatta questa debita premessa, sorge spontaneo chiedersi: e qui, nel nostro “Bel Paese”, chi paga con la galera per tali gravi nefandezze? Chi si fa carico della responsabilità patrimoniale (in sede civile) avverso i piccoli risparmiatori, sistematicamente beffati? E la risposta è... nessuno! Ecco l'amara constatazione: da noi non paga mai nessuno. O meglio... in effetti c'è qualcuno che paga: lo Stato, nella figura del Ministero del Tesoro. Parliamo dello stesso Stato che, riesce a reperire miliardi di € per salvare banche ed assicurazioni, ma sente di dover “tagliare” spesa pubblica, scuola e sussidi in nome di un'ipocrisia chiamata “Spending rewiew”. Scusate, ma forse c'è qualcosa che non va. Forse c'è qualcosa che ci sfugge. E poi, degli scandali finanziari “made in Italy”, abbiamo perso il conto.
Prometto che non vi parlerò del rischio di default di MPS che, come ho già detto, resta contenuto grazie all’intervento della parziale mano pubblica. Anzi... tenterò di fare qualcosa di diverso.
Cercherò di denunciare e trasmettervi le mie emozioni e le mie opinioni, stigmatizzando alcuni dei casi più eclatanti dei tempi recenti. In questo modo, prima di giungere alla conclusione, ossia la “morale” del mio articolo, possiamo esaminare brevemente alcuni fatti in modo inedito ed obiettivo. Ma veniamo al punto...
Il punto, questa volta, si concentra su: risparmio e mercato (uso volutamente il singolare – a proposito del mercato – per evidenziare le impressionanti anomalie – diciamo così – esclusivamente nostrane). Analizzando queste due variabili, non ci si può esimere dall'obbligo di introdurre due concetti fondamentali:
credibilità ed efficienza di un mercato è “capitale reputazionale”, per usare un termine che suona molto stile Yankee. Ebbene, in tutta coscienza, possiamo dire che l'Italia è ben lungi dal poter offrire credibilità ed efficienza sul mercato finanziario. Ed è altrettanto corretto denunciare il basso livello di capitale reputazionale. Perchè?.. Per almeno quattro motivi (i primi tre solo nelle ultime settimane. Un vero record di inefficienza, per un presunto “mercato evoluto”):
1) Monte Paschi di Siena;
2) Seat Pagine Gialle (quasi verdi per i “travasi di bile”);
3) Saipem;
4) Finmeccanica ed Albetro Micalizzi (il secondo meno recente, a dire il vero).
Per la verità ci sarebbero anche: Cirio, Parmalat, Ciccolella, Finmatica, “Banca del Salento”, i “bond-truffa” di Capitalia ecc... Per non parlare dello scandalo derivati, rifilati impropriamente a enti pubblici ed imprese. La lista di flop e truffe italiane è piuttosto ricca. Un numero di tutto rispetto, se si vuol perdere credibilità e reputazione. E sono davvero pochi coloro che si sono visti arrivare un bell'assegno di risarcimento, da parte della banca che li ha frodati. E con questo, anche l'efficienza, la vigilanza e la giustizia civile fanno un “onorevole” passo indietro. Ripeto: la lista dei disastri è lunga, ma io vorrei concentrarmi essenzialmente sui punti 2 e 3. Con brevi cenni sul caso MPS, magari. Ma vedremo strada facendo...
Parto da una considerazione personale: non un centesimo, nella borsa italiana, dopo le tante sciagure elencate, ma nemmeno prima, ad essere sinceri. E' da quando mi sono avviato alla professione di consulente indipendente (CFI), dal dicembre 2007, che ho scelto di escludere dagli Asset “Piazza affari”, e per delle ottime ragioni, visti anche i recenti sviluppi. Ma entriamo nel dettaglio, iniziamo con il “caso Saipem”.
Succede che, alcuni giorni fa (10-12 circa), il titolo scambiava e chiudeva le contrattazioni con un calo del 2,3% (niente di serio), a causa di un “private placement”(un collocamento tramite asta fra istituzionali).
Un considerevole “passaggio di mano” dal valore - nientemeno che - di 10 milioni di azioni. E quindi? Qualcuno stava vigilando, suppongo? Ma c'è una domanda chi mi rode da giorni: chi è che ha comprato? Non sarà che i “titoli” sono stati diligentemente spalmati in un qualche “Private Equity” in mano ai soliti pirati della finanza?  Ma tornando ai fatti, che cosa succede, il giorno dopo la chiusura? Oooops!... Be', è imbarazzante a dirsi ma... nemmeno un'ora dopo, arriva un simpatico comunicato ufficiale della società, col quale, la comunità finanziaria, viene informata di un MEGA PROFIT WARNING previsto per i prossimi mesi. Ovviamente, manco a dirlo, il giorno dopo è tutta una pioggia di vendite e “downgrade.” Tradotto in soldoni: il titolo, in una sola giornata, perde oltre il 32%!!!
No dico: stiamo parlando di Saipem, uno dei (ex)colossi di Piazza Affari. No dico... succede che, quella mattina, un'ombra (nella figura di Bank of America), per conto di un'altra “ombra” - il fondo Fidelity (che con la fidelizzazione c'entra molto poco) - vende circa 9.970.000 di azioni a 30,65€ per azione. Poco dopo arriva il downgrade e, la mattina dopo, come per magia, quelle stesse azioni valgono 20,67€. Alla faccia degli altri fessi ignari di tutto!
Una vero colpo da maestro, non c'è che dire. Un colpo che metterebbe imbarazzo anche al cinico “Gordon Gekko” di Oliver Stone. E dire che lui, in quanto insider, di “avidità” e di informazioni se ne intendeva eccome... Eppure, nel mondo degli squali di Wall Street – sebbene in uno scenario cinematografico – egli paga con la galera. Ma lì succede anche nel mondo reale: le lezioni su Madoff, Lehman, Enron ecc.. funzionano davvero. Nel nostro mondo, purtroppo, le cose sono un tantino diverse, ahinoi. Che dire: bravi gli operatori di Bank of America ed i gestori del fondo Fidelity. La loro “illuminazione” li ha salvati da una minusvalenza di oltre 100.000.000 milioni di €uro in sole 3 ore di onesto lavoro (il profit warning è arrivato alle 18.06). Prendendo spunto dalla S.E.C. americana, alla luce di questo illustre esempio di “insider trading”, in un mercato efficiente, con regole serie, che vuole valorizzare la sua reputazione – specialmente quando si ha necessità di reperire capitali stranieri – immediatamente, la nostra vecchia e cara Consob, si sarebbe attivata aprendo una seria e rigorosa inchiesta. Magari, invalidando temporaneamente quella transazione dall'aria quanto meno sospetta.
Purtroppo noi siamo altro e quindi, con ogni probabilità, finirà tutto insabbiato, come spesso succede, e col “conto spese” sempre a carico del povero risparmiatore: sia che egli abbia acquistato direttamente il titolo, sia che se lo ritrovi virtualmente attraverso strumenti collettivi tipo O.I.C.V.M. Ci auguriamo che questa brutta tendenza si inverta decisamente.
Passiamo al secondo capitolo, quello più increscioso. Apriamo il triste libro di... “Seat Pagine gialle” e, se possibile, qui la faccenda diviene ancor più triste ed imbarazzante, viste anche le tante avide vittime: deluse ed illuse. Vero e proprio caso da “manuale” di mala gestione finanziaria, lo scandalo di Seat, non nasce ieri; ha origini molto remote e bisogna tornare indietro nel tempo. Dobbiamo tornare con la memoria alla “New Economy” di fine XX° secolo. Ma facciamo un breve flashback sull'argomento.
Tutto ha inizio nella seconda metà degli anni '90, periodo in cui Seat, per la sua specifica attività, si rivela un autentico distributore automatico di utili. Tanti ricavi, elevato cash-flow, poca concorrenza e – cosa ancor più importante – ancora senza “rete”; senza la pressione del web. Una simile realtà non poteva sfuggire al fiuto avido di una finanza speculativa, alla continua ricerca di magie che potessero portare al guadagno facile.
La prima vera scossa gliela diede, oltre dodici anni fa, l'allora A.D. Lorenzo Pelliccioli. Egli, infatti, intuendo le potenzialità della rete, acquisì il portale Virgilio.it A quel punto, la nuova mission, bastò per surfare alla grande sull'onda borsistica che premiava il “sogno di Internet”. All'epoca, erano decine di migliaia i “Seat-people” che provavano a far soldi con la “botta di trading”. Qualcuno, però, è ancora incastrato; altri hanno già da tempo gettato la spugna, qualcuno lo farà a breve e... solo pochi fortunati sono riusciti a capitalizzare quell'inattesa lotteria. Fra quelli, solo pochi hanno tirato i remi in barca, accontentandosi saggiamente. Gli altri, hanno gettato al vento quei profitti in altri “incantesimi” finanziari.
A quei tempi l'azienda apparteneva a una cordata composta da: Telecom, De Agostini ed altri. Poi, con la fusione Seat-Tin.it, resta la sola azionista: i soci terzi salutano, coperti d'oro. De Agostini, per esempio, aveva investito 56 miliardi di lire nel ' 97 e tre anni dopo ne esce con 3 mila miliardi (di lire) di plusvalenza. Pellicioli si congeda da Seat, che intanto rileva il canale TV Tmc, nell'estate 2001, con una sontuosa stock option da 86 milioni di € e lascia tutto nelle mani di Colaninno, Gnutti, Bell & Co.
A dire il vero, la parentesi con la catena Colaninno/Tecnost, non mostra segni di ulteriori slanci. Infatti, proprio nell'estate del 2001, il gruppo Telecom-Seat PG passa nelle mani di “Mr. pneumatico” Tronchetti Provera. Ma dopo il cambio di proprietà, Seat non viene degnamente valorizzata dal nuovo management, che decide di vendere quell'Asset. Dopo aver vissuto una gloriosa stagione, fino a poco tempo fa, la metà dei ricavi proveniva ancora dalla voce “stampa” e il 38% dal traffico web.
Ma oggi? Cosa rappresenta nel 2013 Seat PG? Quale sarà il suo futuro?
Oggi, l'azienda di origine torinese, è una piattaforma multimediale con una forte presenza sul web dove, tra l'altro, è leader nella creazione di siti Internet: 80 mila lo scorso 2011. Però sul web i margini sono ridotti e occorre investire. Invece Seat, che una volta era una “cash cow”, ora non riesce a pagare nemmeno le rate dei mutui; totalmente spogliata dal gruppo che l'ha comprata nel 2003. Infatti, dopo il maltrattamento subito dalle precedenti gestioni, l'azienda finisce nelle mani di un private equity che le da il definitivo colpo di grazia; è l'inizio della fine, un debito enorme e mai più scalfito. A conti fatti, Seat PG, viene prima spolpata, poi derubata ed infine rovinata (tramite il Leveraged Buyout-acquisto con indebitamento a leva), grazie al precursore del modello di derivati visto nei primi anni 2000, prima in USA e poi in tutto il mondo. Qualcuno si è chiesto come questo sia potuto succedere? Il meccanismo è semplice: acquisisci il controllo e poi ti ripaghi la spesa infilando le mani nelle casse della società. Come?.. Ordinando ai manager (che hai nominato, controllati da altri CDA, nell'enorme ed incestuoso intreccio presente in Piazza Affari) di deliberare la distribuzione di un maxi dividendo straordinario. L'azienda, che nel frattempo si sarà pericolosamente indebitata per soddisfare “l'avida fame” dei soci, manda avanti il suo business con impunita disinvoltura. Attenzione: lo schema funziona se gli affari prosperano e gli utili coprono almeno gli oneri finanziari del debito, ma alla Seat hanno tirato troppo la corda. E, cosa ancor più grave, sotto gli occhi di: Consob, Authority, Antitrust, Banch'Italia ecc. Tutti ciechi o con lo sguardo altrove in quel momento, complici di un'inaudita apaticità!
Purtroppo, però, la cosa non passò del tutto inosservata: già all'inizio del 2010, l'analisi di un advisor indipendente (un report firmato Kepler), recitava le seguenti parole sibilline: secondo loro, il target price di Seat PG era zero, «[...]ma solo perché in Borsa non si può andare sottozero», diranno. E poi concludeva con un tetro presagio: «Anche se pensiamo che l'amministratore delegato, Alberto Cappellini, sia un buon manager, non può fare miracoli, cosa che sfortunatamente è proprio quello di cui Seat ha bisogno Oggi, il cerino resta in mano agli stessi che l'avevano acceso: il private equity “CVC, Permira e Investitori Associati” ai quali fa capo il 49,5% del capitale. Facendo un uso spregiudicato della leva finanziaria nel 2003, insieme ad altri poi usciti, misero 960 milioni cash e 2,2 miliardi prestati dalle banche per il 62% del capitale. Poi, col dividendo straordinario, incassarono oltre 2 miliardi. 
A Febbraio 2013, invece, sono intrappolati in una Seat che, ogni anno, dovrebbe ripagare 250 milioni di interessi sul debito e senza alcuna chance di riuscirci. Ad un certo punto... anche una Ferrari non andrebbe avanti se dovesse trainare un Tir. Anzi, ironia della sorte, Seat, arrivata a livelli di prezzo incomprimibili, trova solo oggi il coraggio di chiedere il concordato preventivo, in pieno stile “Chapter 11”, ma all'italiana pero!
Ma non finisce qui: all'ironia della sorte, al danno ed alla beffa, si unisce anche lo smacco operato da un manipolo di corsari senza scrupoli. Mi spiego meglio... dopo aver indebitamente succhiato ogni risorsa, dopo aver scaricato sul mercato un fallimento premeditato – culminato con l'incasso del maxi dividendo – dinanzi alle loro responsabilità, ai “padroni” di Seat viene consentito di comportarsi così: sospensione di tutti i pagamenti. Ossia, con una delibera decisa durante la notte, il consiglio di amministrazione ha congelato il pagamento dei debiti. Nello specifico: gli interessi del prestito obbligazionario dovuti entro il 31 gennaio scorso e delle rate del finanziamento bancario senior, in scadenza il 6 febbraio. Segno che, il CDA, ha definitivamente “gettato la spugna”, alla faccia dei piccoli azionisti ed altri risparmiatori allo scuro dei fatti. Senza che, a nessuno dei suddetti, venisse data la possibilità di proteggere i propri soldi e diritti. Ma voi pensate che sia finita qui? Nemmeno per sogno!.. I signori amministratori hanno avuto anche il coraggio di motivare quella che per loro è stata una “scelta dolorosa quanto obbligata”. Così hanno spiegato a chi li obbligava a dare risposte significative: «L'obiettivo perseguito è salvaguardare la continuità aziendale. In altre parole, si vuole consentire a Seat di stare in piedi, poiché il business del gruppo (con oltre 900 milioni di ricavi annui) appare di per sé ancora sano. Il problema sono i debiti (circa 1,3 miliardi di euro) che stanno strozzando la società» giustamente, aggiungerei. Serve qualcuno che ci metta mano: magari il prof. Monti? Domanda legittima: E' la fine di un sogno? Probabilmente sì! 
Un titolo che ha fatto sognare migliaia di risparmiatori italiani, si avvia alla sua conclusione e all'incenerimento di un risparmio incalcolabile? Magari lo si potesse “rottamare”, citando un'opzione tanto cara a Renzi... Invece è probabile che milioni di €uro di risparmi (oltre che di capitalizzazioni in borsa) vadano letteralmente in fumo. Impossibile imbastire anche una rudimentale analisi tecnica su titolo e società; le oscillazioni degli ultimi giorni stanno devastando lo stato d’animo di trader e risparmiatori, frastornati da fiammate al rialzo che accendono l’entusiasmo, e successivi crolli che spengono ogni vitalità, spingendo verso il suicidio finanziario. Ed è molto probabile che la Consob agisca con una sospensione sine die delle azioni Seat PG. Ma solo perché vi è assolutamente costretta!
Opinioni a parte, una cosa è certa: Seat, un tempo regina della new economy italiana, è sull'orlo del baratro. Azionisti e risparmiatori sono stati letteralmente spennati. Dieci anni fa, le azioni Seat PG, valevano oltre 150/160 volte il prezzo attuale a Piazza Affari (pari a poco più di un centesimo).
Per questo, alcuni possessori del titolo si sono da tempo mobilitati per far valere i propri diritti, mettendo in piedi una vera “Class Action”.
Quindi, fatto il punto su questi due (fra i tanti) ennesimi scandali italiani, non resta che concludere con la “morale” promessa in capo all'articolo. Ossia: chi e come – da noi a casa – tutela risparmio e mercato? Una cosa è certa: i nervi sono sempre più tesi, ed è quasi anarchia. Il delisting dilaga, i migliori si chiamano fuori dai listini. Ci rimane un indice pieno zeppo di banche, finanziarie ed assicurativi, cioè: niente capitale industriale, ma solo posizioni di rendita. Si è perso il senso etico dell'investimento; ormai siamo a livelli da “gratta e vinci”, “investo per fare il botto”, sapendo che potrei aver comprato anche un biglietto perdente. Occorrono nuove regole, alfabetizzare i risparmiatori. Ciascuno è chiamato, dal proprio senso di responsabilità, ad informarsi dettagliatamente prima di sottoscrivere qualsivoglia strumento finanziario.
E magari, il supporto di un professionista indipendente dedicato, potrebbe essere un forte valore aggiunto, oltre che offrire un notevole salto di qualità.

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PSC Blog. A collection of texts: Finanza e Risparmi: in Italia, col “Banco”, vince anche il... Pac(co)!”
by Carmine Covino PS Consulting Consulenze in Rete.
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