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venerdì 21 agosto 2015

«Italia Vs Francia 1-1: col vino ci va davvero di ‘lusso’»

Già più di un anno fa, lo avevo dichiarato, ovvero: guardare con ottimismo al successo, investendo sul segmento dei vini di lusso italiani. Infatti: «[...] Col passare del tempo, e con l’affinarsi del gusto, l'aliquota di consumatori di vini di lusso italiani, riteniamo che avrà un interesse crescente. In particolare per: iSupertuscan’, Ornellaia, Sassicaia, Tignanello; o per i ‘reali piemontesi’ come Angelo Gaja, Mascarello ecc. Domanda: perché? Perché appare abbastanza ovvio che, i collezionisti sparsi per il globo, penseranno: “questi vini vengono scambiati ad un decimo del prezzo di unBordeauxtop, ma la differenza in qualità non è in quell’ordine di grandezza”. Quindi, se tanto mi da tanto, è più che ragionevole attendersi una crescita duratura di questa asset strategica, con un inevitabile aggiornamento dei brand di questi vini speciali. Magari, con qualche insospettabilenew entry’: non sarebbe una cattiva ideascommettere(leggi investire) su queste aziende emergenti. Ed apperirebbe più che saggio, quindi, valorizzare quei potenziali candidati astart-upper’, da ricercare fra le tante eccellenze autoctone regionali
Ora, con la pubblicazione dei dati sulla produzione 2015 di questo ricco settore di nicchia, le previsioni sono state sì attese, ma anche abbondantemente superate: il volume di scambi (per regione) dei vini tricolore, impatta quello della Borgogna. Un risultato di enorme valenza. L'obiettivo raggiunto è certamente la somma delle tante azioni e variabili messe in pratica, ma certamente - su tutte - ne emerge una, incontrovertibile: il rapporto territorio/resa, con l'inevitabile affinamento delle competenze nelle aziende italiane. 
Parliamoci chiaro: il territorio francese potrebbe aver raggiunto il punto limite sulla produzione dei vini d'alta gamma. Ma è anche vero che quelle stesse aziende stanno acquistando fondi rustici su cui replicare i successi ottenuti in casa loro. Ciò, però, richiede tempo: sia per l'adattamento che per entrare a pieno regime. Alla fine ce la faranno, visto che possiedono un'esperienza plurisecolare, ma nel frattempo? Be', nel frattempo le richieste crescono: Cina, Russia, Stati Uniti, Emirati Arabi, Asia Emergente e ‘mercati di frontiera’ (cosiddettiNext 11’), hanno le risorse di cassa e il potenziale demografico per sostenerne l'aumento. In quelle parti del Globo si concentra il maggiore peso specifico della domanda di vini di pregio; questo è sempre bene tenerlo a mente, sicché... nel frattempo, le competenze di alcune aziende italiane - citate proprio poc'anzi - si sono messe al pari di quelle francesi. Anzi, credo sia corretto affermare che si siano ‘Bordeaulizzate’. (Ma il termine esiste già?)E quindi, ripeto, la quota di produzione italiana può solo crescere in futuro, così come è presumibile che cresca anche il volume ed il peso specifico, dell'Italia, all'interno dell'indice Liv-ex, ossia quel parametro creato apposta per presidiare la redditività degli investimenti sul vino. Ad oggi quindi, nel 2015, proprio all'interno del ‘paniere’ citato poc'anzi, i vini italiani (rappresentati, per ora, essenzialmente da ‘Supertuscan’ e Baroli) superano per la prima volta i vini di Borgogna e si attestano al secondo posto, dopo i Bordeaux, in volume di scambi per investimenti di settore, con un sontuoso 7%, strappando mercato a quelli francesi, che la fanno sempre da padrone. Ne deriva che chi, già tre/quattro anni fa, ha avuto il coraggio di puntare su più eccellenze italiane del settore, può dirsi soddisfatto di portare già a casa un buon profitto, in questo caso doppio: sia finanziario che emozionale. 
Scegliere di investire su questa singolare asset, vuol dire puntare sì su un settore di nicchia e notoriamente per gente abbiente. Ma più di tutto, significa credere nelle eccezionali capacità produttive ed innovative degli imprenditori italiani: vuol dire investire davvero in un segmento dell'economia reale, che crea da anni un enorme valore aggiunto. Chi sceglie di accantonare parte delle proprie risorse finanziarie in questo settore ‘alternativo’, lo fa emulando una logica da collezionista, ossia: ci si aspetta una crescita di qualità e di valore nel tempo, a cui si dovrebbe accompagnare una scarsa diffusione che tenda a ridursi via via.
Per onestà intellettuale sarebbe corretto porsi un'obiezione: se ho necessità di vendere o voglio rendere ‘liquido(lo so, è una battuta ma ci sta) il mio investimento, chi mi assicura di poter incrociare domanda ed offerta? Niente paura: uno dei vantaggi del settore è la presenza di un solido e ben frequentato ‘mercato secondario’. Le più accreditate e stimate case d'asta, monitorizzano i flussi tra chi compra e chi vende dandone, tra l'altro, enorme risalto attraverso ogni sorta di mezzo mediatico. Sono intermediari professionisti e riescono a tenere bene gli equilibri grazie ad una severa, circoscritta selezione di ‘etichette’: mai più di dieci/quindici italiane e francesi.
In conclusione, chi ne abbia la facoltà e l'intenzione, può profiquamente accantonare 30.000€ (ogni anno o una tantum) per acquistare le bottiglie che ‘contano’: lo si può fare direttamente, comprando bottiglie; o indirettamente, attraverso fondi di investimento dedicati, che però non sono tanti in verità. 
Allora, c'è nessuno disposto ad offrire di più?