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venerdì 21 gennaio 2011

Dietro le quinte di: fusioni ed incorporazioni-pardòn, distruzioni!

PS Consulting Copyleft license / CC BY-ND 3.0
Le "magagne" di una M & A: quando una polizza è troppo onerosa per la compagnia. Il danno, subito da un assicurato, in relazione alla trasformazione del "Piano pensione Fideuram"(P.P.F.) in "Unit linked F.A.P." durante la fusione di Fideuram Vita in Eurizon Vita S.p.A.
Analisi e conclusioni Tecnico-etico-pragmatiche:
Innanzitutto va inquadrato il contesto storico-borsistico-patrimoniale, durante il quale Banca Fideuram avvia, per la 2^ volta in meno di 3 anni, quest’operazione di “Repulisti”, riservata alle polizze vita ante 1999. Ovvero:

  • in questo periodo si va perfezionando la fusione (per incorporazione) di Fideuram Vita S.p.A. nella Eurizon Vita SpA-Ramo Fideuram (già denominata AIP, all’interno del gruppo S.Paolo Imi). La logica è molto semplice: Nell’ottica di “ottimizzare” l’investimento pro-tempore (dato che ad oggi si sta procedendo allo scorporo, restituendo di nuovo piena autonomia a Fideuram Vita) della incorporante Eurizon, bisognava alleggerire lo stato patrimoniale da tutte quelle polizze vita sottoscritte prima del 1999 e che contenevano le seguenti caratteristiche tecniche e garanzie:

  1. Tasso tecnico minimo garantito del 4% e 3%;

  1. Tariffe di mortalità riconducibili al biennio ante 1997-1998, molto più elevate di quelle del 2004. Procediamo con l’analisi dei due punti evidenziati. Iniziamo con l’analizzare il punto due:

- 2) Se si considera che l’assicurazione è un contratto costruito sul rischio, ne deriva che a maggior rischio corrisponde una maggiore prestazione/garanzia. Quindi, ad un rischio vita maggiore (tariffe fino al 1997-1998, in seguito aggiornate) corrisponde una prestazione principale (Rendita vitalizia differita) molto più elevata ed onerosa per la compagnia di assicurazione. Di conseguenza, un maggior onere che andava ad intaccare i potenziali presunti profitti futuri di Eurizon Vita SpA;

- 1) Tasso tecnico: Come nel primo caso, se si considera la forte riduzione dei tassi (dal 1997 e sino al 2004) il tasso minimo garantito, 4% fino al 31-12-1997 e 3% fino al 31-12-1999, avrebbe rappresentato una minaccia insostenibile per i profitti futuri. Non certo per gli assicurati che, mantenendo attiva la polizza di rendita, avevano fatto un vero affare…..col senno di poi, ovviamente! Ma non per la società, nei cui portafogli vi sono essenzialmente titoli di stato ed attività immobiliari.

Per cui, ad una drastica riduzione dei rendimenti di BTP e CCT, sarebbe conseguito un notevole ridimensionamento dei guadagni a fine esercizio. Ma tutto questo vale solo se si ragiona in termini finanziari; cioè di capitale a maturazione. In questo caso, invece, il principale obiettivo è la rendita vitalizia; un valore che, anno dopo anno, viene “cristallizzato” e messo in una cassaforte denominata “Gestione separata”. Un salvadanaio totalmente IMMUNE e svincolato dalle oscillazioni dei mercati e dei tassi di rendimenti della parallela “gestione finanziaria”.

In definitiva, qui si contesta la premeditazione e l’anti-eticità con cui viene spintaneamente proposta la trasformazione delle polizze.

Trasformazione che si rivela salvifica, in relazione ai profitti esclusivi della compagnia di assicurazione. Ma una vera fregatura per gli assicurati; e questo sia dal punto di vista finanziario che dal punto di vista assicurativo. Ovvero:

· Nel primo caso, si comincia già male. Cioè: a fronte di un premio totale (le 2 polizze assieme) di 22.210,78€ vengono addebitati 847,19€ fra commissioni di sottoscrizioni (4% sulla polizza a nome Arola A.Maria-quella con riserva matematica inferiore. Dunque, con un’incidenza di costo superiore) ed imposte ed oneri vari (2% su entrambe le polizze. Anche se, su quella a nome Arola, il peso risulta del 6% in ragione delle commissioni ingiustificate). Ma non è tutto!

Si continua peggio; cioè: i cosiddetti “fondi interni” presentano sempre andamenti peggiori dei mercati. Anche in ragione delle commissioni di gestione che, annualmente, gravano su queste attività finanziarie e che si aggiungono a quelle già pagate in sede di trasformazione. Fondi interni che, peraltro, storicamente mai creato valore ai portafogli degli assicurati (periodo ’99-’09). Ed, a peggiorare il quadro, va detto che mancano totalmente di trasparenza; cioè non si capisce il criterio con cui si svolge la gestione degli stessi. E questo, almeno fino ad un certo punto. Cioè, fino al 2007. Poi cominciano ad arrivare le info; e quindi arrivano anche le considerazioni sulla convenienza di portare avanti o no talune polizze. Ma non prima; complice anche la profonda confusione generata dal “conflitto di interesse” fra le molteplici aziende clone del gruppo S.Paolo Imi. Mi riferisco a: Fideuram Vita, Eurizon vita, Spaolo Vita, AIP ecc. Insomma…..non si capisce con chi interloquire. E poi, dopo 6 anni, ritorna Fideuram Vita. Dopo essere passata per il delisting della capogruppo. Dopo aver riqualificato il proprio attivo patrimoniale, a beneficio esclusivo dei futuri azionisti; allorquando Banca Fideuram sarà nuovamente quotata. Entro il prossimo anno.

In buona sostanza, sarebbe stato impossibile per l’assicurato avere tutti i dati utili a poter esercitare prima il diritto a recedere dal contratto. Né le rendicontazioni periodiche (solo una ogni anno) potevano considerarsi utili all’abbisogna. Troppo….come dire, “minimaliste”, per usare un eufemismo. Ma, tutto sommato, tale diritto è stato esercitato entro i 5 anni, come la legge indica. A mio modesto parere, l’assenza di buona fede della società nel proporre il cambio, è desumibile da un particolare semplice: sarebbe dovuta essere totalmente gratuita; imposte a parte. Invece Banca Fideuram ha realizzato un doppio profitto:

1. Si è alleggerita di polizze onerose;

2. Ha incassato parte delle commissioni addebitate alla sottoscrizione (4%).

Anche nel 2° caso le cose non vanno meglio. Mi spiego meglio:

· Sebbene il montante dei premi dopo la trasformazione sia sostanzialmente raddoppiato, l’opzione di rendita risulta essere meno della metà rispetto a quella già consolidata nella vecchia polizza. Quindi, ad un capitale versato raddoppiato (ma solo per effetto dei versamenti nominali) viene riconosciuta una rendita pari al 45% della precedente.

La questione è semplice: Si è deciso, quasi unilateralmente, di sostituire un’equa polizza di rendita vitalizia differita (con opzione di capitale a scadenza) con un’iniqua polizza di capitale differito (con opzione di rendita differita) a tariffe di mortalità scontate di oltre il 40%.

Dato, quest’ultimo mai evidenziato dall’azienda e che, da solo, avrebbe indotto il sottoscrittore a desistere dalla proposta. Sempre per il principio empirico che: “a basso rischio si garantiscono basse prestazioni”. Pertanto, il Sig. C. A. se ne sarebbe guardato bene dall’avallare tale osceno scambio. Insomma……… oltre al danno, pure la beffa.

Cioè: dopo aver già pagato (nel 1997 e 1998) le commissioni sulla polizza di rendita originaria, in sede di trasformazione, i 2 contraenti vengono nuovamente penalizzati dalla commissione del 4%, di cui erano totalmente allo scuro. Ed a cui si deve aggiungere la commissione annuale di gestione (management fee) di oltre il 2%. In pratica, il primo anno è costato il 4% sulla polizza a nome C. ed l’8% sull’altra a nome A.


In media, un costo iniziale del 6%; percentuale mai recuperata nel corso dei 6 esercizi finanziari successivi alla sottoscrizione.

In conclusione, è lecito porsi una domanda: quale è stata, allora, la leva che ha spinto tanti assicurati Fideuram vita ad accettare la proposta di trasformazione? Ebbene, tanto per cominciare:

-1)La carenza di informazioni tecniche fondamentali (una fra tutte, la inferiore tariffa di mortalità; quindi, di conseguenza, la rispettiva rendita in opzione);

-2)La presunta maggiore trasparenza nel monitorare l’andamento dell’investimento. Diritto totalmente negato sino al 2007;

-3)La presunta elasticità nel modificare la composizione del portafoglio, per renderlo più o meno esposto alle oscillazioni dei mercati. Totalmente pretestuoso giacchè: se è vero che da un lato si possono operare modifiche (ma solo al 31-12 di ciascun anno) per ridurre la volatilità, è pur vero che la diretta conseguenza risulta essere l’allungamento o l’accorciamento del differimento. Il che genera, nel primo caso, un aumento della componente azionaria (che man mano si arriva alla scadenza, si assottiglia) e nel secondo una riduzione dell’azionario; rendendo il fondo unit linked del tutto simile ad un BTP senza cedole. Quindi, senza più la possibilità di recuperare ciò che si è perso; visti i bassi rendimenti offerti sagli stessi.

Badate bene, perdita in conto capitale e non in conto interesse o plusvalenze.

Per cui sostengo, a ragion veduta, che è tutta una bieca mistificazione poiché nessuno dei presunti vantaggi proposti dalla banca, in realtà si è rivelato tale; senza creare nessun valore agli assicurati. Ai quali, anzi, l’unico vero valore è stato brutalmente sottratto da questa operazione di invasiva chirurgia finanziaria. Né siamo disposti a far ricadere, sulla figura del promotore, la responsabilità del danno cagionato all’assicurato. Il promotore, in tutta franchezza, è solo un intermediario; autorizzato (e plagiato, aggiungo) a promuovere, talune operazioni della banca, presso i clienti che la banca stessa gli ha palesato attraverso una puntuale ed “opportuna” reportistica. Magari dopando lo stesso "venditore" con aspettative di extra provvigioni o, più semplicemente, con viaggi premio e/o altri incentivi.

Ma onestamente, conoscendo bene la pluriennale correttezza dell’agente, escluderei questa ipotesi di “cedimento alle tentazioni” di così basso profilo. Né siamo disposti a credere che egli abbia volutamente sottaciuto dettagli fondamentali, come le tariffe su cui erano costruite le garanzie. Cosa che, siamo certi, nessun promotore poteva e doveva sapere; per l’ottima riuscita “dell’affare”. E lo sappiamo anche perché, lui stesso, ci ha confermato di aver aderito alla proposta, sostituendo il suo vecchio “Piano pensione Fideuram” senza alcuna riserva! In definitiva, concludo la mia disamina con un proverbio che ben calza all’uopo: “Ambasciator non porta pene”, anche se le pene ci sono state. Eccome!

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