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martedì 26 ottobre 2010

Delusioni di "Fondo"

                 PS Consulting by Carmine C.no / CC BY-ND 3.0 
Il contenuto di questo lavoro è protetto da Copyleft
Risparmio gestito: «Anche i fondi indipendenti perdono colpi»
Rendimenti sotto la media anche per Anima (-4%) e Azimut (-1%)


Finalmente alcuni risparmiatori si stanno liberando dal giogo del risparmio gestito. Il rifiuto dei fondi comuni, in misura ancora insufficiente, dà fastidio a tanti, come a molti l’anno scorso (2007) diede fastidio il rifiuto dei fondi pensione e la strenua conservazione del Tfr. Si lagnano e recriminano quanti mirano a guadagnare a danno degli investitori o rispettivamente dei lavoratori. Come spesso nei momenti di cambiamento, circolano teorie strane. Per esempio quella che i fondi comuni gestiti da società cosiddette indipendenti siano convenienti, mentre non lo sarebbero quando la rispettiva società di gestione del risparmio (sgr) è controllata da una banca o assicurazione. A chi conosce il settore questa suona subito come la solita invenzione di qualche ufficio stampa particolarmente attrezzato per far bere qualunque intruglio. Una leggenda da sfatare. Dato però che questa storiella si sente ormai ripetere sino alla nausea, abbiamo proceduto a una verifica numerica alla ricerca di un’improbabile conferma. Abbiamo quindi preso in esame gli ultimi dati pubblicati delle due sgr che più spesso sulla stampa vengono sbandierate come indipendenti, aggettivo che suona bene ma può anche non significare nulla. Abbiamo cioè considerato i rendimenti dei fondi comuni e dei relativi parametri di riferimento, detti anche benchmark, di Azimut e di Anima. Ebbene, siamo alle solite. Nella stragrande maggioranza dei fondi delle due società i risparmiatori hanno subito un danno: le loro performance sono peggiori di quelli dei rispettivi benchmark, per altro liberamente scelti dai gestori. Per tener conto delle diverse dimensioni dei singoli fondi, abbiamo calcolato anche il totale assoluto e la media ponderata di tali minus di gestione (vedi tabella). In particolare il minus complessivo per Azimut risulta di 43 milioni di euro e quello di Anima di ben 250 milioni di euro ossia circa 500 miliardi di lire, che è una bella cifretta. Trova così ulteriore conferma la tesi che come regola generale il risparmio gestito danneggia i suoi malcapitati ma numerosissimi clienti, ovvero circa dieci-undici milioni di italiani, il che con le rispettive famiglie può significare facilmente 20 milioni di persone. In quanto poi ad Anima, il suo amministratore Alberto Foà può vantarsi di aver procurato ai suoi clienti nel 2006 un danno mediamente del 4%. È vero che alcuni riescono a fare peggio, però un minus del 4% in un solo anno è già un bell’exploit. Invece la gestione della Azimut, società presieduta da Pietro Giuliani, è logicamente anch’essa deficitaria, ma in quell’anno è riuscita a far perdere ai suoi clienti solo l’1% medio rispetto agli andamenti dei mercati finanziari.
Una logica perversa. Abbiamo usato l’avverbio “logicamente”, perché la filosofia del risparmio gestito è appunto incamerare parte dei rendimenti di mercato a detrimento dei clienti, dal che discende che essi di regola subiscono un danno rispetto al fare da sé. I dati ottenuti per Anima e Azimut stupiranno alcuni risparmiatori, assordati dagli immotivati applausi ai gestori indipendenti. Non stupiscono nessun studioso della materia. Altro non sono che casi particolari di una regola generale enunciata da Fulvio Coltorti, responsabile dell'Ufficio Studi di Mediobanca e mente economica finissima, a commento dell’ultimo aggiornamento della ricerca sul risparmio gestito “Dati di 1200 fondi e sicav italiani (1984-2006)”. Cioè del fatto che per tutti i gestori esaminati “nessuno, valutato aggregando tutti i fondi che propone, ha conseguito risultati superiori al benchmark per fondi che costituiscano almeno la metà del patrimonio complessivamente gestito”. In altri termini tutti sono in perdita per la maggior parte dei soldi che hanno complessivamente gestito. Affidare i propri risparmi a un fondo comune è come giocarseli alla roulette: in qualche caso si vince, ma nella maggior parte dei casi si perde. Come poi al lotto o alla roulette sono inutili tutte le possibili cabale, martingale e sistemi vari, così per il risparmio gestito non forniscono nessuna indicazione utile per il futuro le varie classifiche, stelline ecc., quali quelle targate Morningstar.
Roba da ridere. Risulta che il governatore della Banca d’Italia Mario Draghi si dia da fare per rilanciare il risparmio gestito, anziché compiacersi che gli italiani incomincino a emanciparsi da un’industria parassitaria di cui sono vittime da oltre vent’anni. La cosa stupisce da uno che viene dalla Goldman Sachs ? L’indipendenza delle società di gestione, separandole dalle banche, risulterebbe essere stato uno dei temi affrontati il 31 gennaio scorso a un tavolo di lavoro convocato appunto dalla Banca d’Italia, cui è stato invitato anche Andrea Beltratti della Bocconi che avrebbe detto che “prima di separare è opportuno consentire alle sgr di investire, soprattutto in talenti e information technology” e che “potrebbe essere necessario un intervento del regolatore per convincere gli attuali proprietari delle sgr a investire maggiormente nell’asset management” (MF, 13-2-2008, pag. 18). Al che viene da ridere: Draghi invita un consulente di società di gestione per farsi dire che cosa? Che le società di gestione devono spendere più soldi in consulenze. Fra l’altro meriterebbe entrare nel merito delle consulenze che le società di gestione commissionano a soggetti esterni (economisti ecc.), ma questa non è la sede. Regolarmente del tutto superflue da un punto di vista operativo, la loro utilità è soprattutto promozionale: poter citare nomi noti serve a far colpo sui potenziali clienti e a tenere buoni i tanti che continuano a rimetterci.
Foglie di fico. Ma c’è ben altro nella strategia della Banca d’Italia nei confronti dell’industria del risparmio gestito. Da tempo essa insiste perché nei consigli di amministrazione delle sgr ci siano anche consiglieri cosiddetti indipendenti, cioè non dipendenti né amministratori degli azionisti delle sgr stesse, spesso banche e/o assicurazioni. Non si vede però quale funzione essi possano svolgere, se non quella di foglie di fico che coprono le brutture della gestione stessa. Non è mica come nella cogestione tedesca delle grosse aziende (Mitbestimmung), dove membri dei consigli di amministrazione sono scelti non dalla proprietà, bensì dai lavoratori. Nel caso delle sgr italiane i consiglieri indipendenti sono ugualmente scelti dalla proprietà, pagati con emolumenti indirettamente fissati dalla proprietà, rinnovati o meno dalla proprietà. Perché mai non dovrebbero essere culo e camicia con chi lucra sui risparmi che gestisce?
Dialetto ciociaro. I risparmiatori italiani non hanno d’attendersi nulla di buono da simili interventi della Banca d’Italia e da tali soggetti. Per loro la sola soluzione valida, il solo modo per evitare di sicuro erosioni, manipolazione e saccheggi dei propri soldi è investirli direttamente da sé, malgrado tutti i bastoni che le banche cercano di mettergli tra le ruote. In quanto in particolare alla Banca d’Italia, con Antonio Fazio governatore essa è intervenuta sui fondi comuni con scelte pessime ma anche apprezzabili. Rientra nelle prime la soppressione quasi completa di ogni forma di trasparenza nella gestione a partire dal 1993, rientra invece nelle seconde l’imposizione appunto dei benchmark, di cui si è parlato all’inizio.
La storia dirà se la politica di Draghi nei confronti dei risparmiatori sarà peggiore di quella di Fazio oppure no, se l’appoggio all’industria parassitaria del risparmio gestito sarà ancora più deleterio e i risparmiatori ne risulteranno ancora più danneggiati oppure no. Ma una cosa è certa: su nessuna questione che riguardi il risparmio Draghi si esprimerà con una così forte inflessione dialettale come Fazio; e mai con un accento ciociaro, al massimo romanesco. Su questo i risparmiatori italiani possono fare totale affidamento e a tale riguardo è possibile fornirgli le più ampie garanzie.
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